Non ho trovato un titolo.

Oggi è il 25 aprile, la festa della liberazione. Al di là di ogni accezione legata al termine, al di là del profondo significato politico e umano sulle spalle di questa data, credetemi, quest’anno non è la mia festa. Non la mia liberazione.

Prima di iniziare questo testo, sono stato costretto a rivedere quelli precedenti. L’ultimo risale al 12 maggio 2016. Quello prima al 30 dicembre 2015. “Un testo all’anno”, mi sono detto. “Il blog è morto”, ho pensato di aggiungere. Qualcuno una volta disse che la verità risiede nel sistema delle versioni. Mettete ogni versione a sistema, trovate le soluzioni comuni. Ecco il risultato che più si avvicina al vero. La verità, in questo caso, è che le parole di questo blog sono sempre state destinate al nulla. All’imbuto cosmico dei blog senza pubblico. In questo senso, non avevo altra motivazione se non scrivere per me stesso, nella convinzione che nessuno sarebbe mai stato in grado di scavare abbastanza nelle mie frasi, né che lo trovasse interessante.

Fine del mio primo anno in quinta, al liceo. In quel periodo ero solito portare con me e leggere Bukowski. L’ho sempre considerato uno spacciatore di parole negate. Parole necessarie, perché non accettate, mai affrontate. La mia professoressa di italiano non la pensava allo stesso modo. Così, quando in rivolta all’ultima ora del giorno da destinare a D’Annunzio, iniziai ad immergermi tra le pagine di Taccuino di un vecchio sporcaccione, lei minacciò di cestinare la raccolta. Aggiunse dell’altro: “se preferisci leggere immondizia, evita di sporcare la classe ed esci”, o qualcosa di simile. Uscii con il libro sotto braccio. A lei mancava quell’anno per arrivare a godersi la pensione. Io ormai non avevo più possibilità di superarlo.

Faceva caldo lì dentro. Mi avvicinai al piano e suonai il piano. Non sapevo suonare il piano. Pestavo i tasti e basta. Qualcuno ballava sul letto. Poi guardai sotto il letto e vidi che una ragazza c’era stesa sotto col vestito sollevato fino ai fianchi. Suonai con una mano sola e con l’altra rapinai un’emozione. (pag. 23)

I SEO di questo blog non sono mai stati buoni. Non mi sono mai interessati, a dire il vero. Perché cercare il grande pubblico, se scrivi per te stesso? Al momento dell’apertura, ero certo che l’unica persona in platea in grado di comprendere a fondo, era la stessa che un attimo prima digitava quelle parole a tastiera. E’ successo qualcosa, però. Mi sono innamorato. Per la prima volta in vita mia, ho provato quel qualcosa in più. Più andava avanti, più mi sono reso conto che anche la parola “storia” calzava stretta. Non è una storia, non si racconta, si vive. Poi mi risveglio il giorno della liberazione. Mi rendo conto che molti lì fuori hanno motivo di festeggiare la data, io stesso se fosse mera politica. Ma per la prima volta, da quella cotta che presto era diventata amore, il pubblico di un blog che oramai avevo imparato a trasporre nella vita reale, è sceso di quell’unica, fondamentale unità. Chiamarla unità suona riduttivo, se non la si scompone in infinitesime parti, ognuna motivo di fierezza e in grado di colmare la sorte di parole senza pubblico.

Quindi festeggiate, voi che ne avete motivo. La mia liberazione inizierà quando anche quest’ultimo, imperdonabile errore, potrà essere classificato come tale, allontanato dalla mia condizione fino a ritrovare quel pubblico perduto. Sarò mai libero? Di certo non ora, non così. Se la tua fonte di libertà è l’amore, nel momento in cui sbagli ti ritrovi in catene. Io so di averlo trovato, non più certo, però, di meritarlo. Questa volta nemmeno io sono in grado di comprendermi, di spiegarmi una tale disattenzione, perciò, questa volta, il testo va unicamente a chi avrà desiderio di leggerlo. E non desidero rifarlo. Mi dispiace.

Schizofrenia

Avevo tanto sentito parlare della vita reale. Tanto che ne rimasi affascinato, rapito, per così dire. Mi parlarono di un sistema governato da schemi, connessioni più o meno salde dalle quali dipendevano le sorti dei membri, di quel sistema. Mi convinsi che tanto diverso dal posto in cui vivevo non poteva essere, così decisi di uscire, di esplorare il sublime splendore al di là del velo.

E uscii.

La prima cosa che catturò la mia attenzione fu uno sguardo, quello del mio custode. Da lontano un miglio era facile comprendere quanto, della verità, quello sguardo comprendesse una minima parte. Verità a cui ero abituato e quindi colsi. Non guardava me, guardava sua madre, con gli occhi alla ricerca di un appiglio che non fosse lo sguardo di lei, vigile e prepotente. Un tremante sorriso rivelava il suo imbarazzo. La mano indaffarata con la manica della maglia, il nervosismo. Le sopracciglia fisse, l’assenza di emozioni pure. Il tutto accompagnato da una continua ricerca di un appoggio, come se lo stare diritto in piedi di punto in bianco fosse diventato molto difficile. Nulla del suo corpo comunicava il vero o, quanto meno, una verità per lei plausibile. Le parole invece…

– Ti dico che è qui, a fianco a me – disse.
– Inizi a spaventarmi, Micheal – disse lei.
– Ho bisogno, ho sul serio bisogno che tu mi creda –

Passai dunque allo sguardo di lei, all’incomprensione che ci si dovrebbe aspettare dalla madre di un figlio adolescente, ma moltiplicata più e più volte, quasi straniante: lo sguardo che ci si aspetterebbe da un commissario di fronte ad un interrogato, che inventa di sana pianta un’alibi per nascondere una verità più grande, più dannosa. Peccato solo che quella grande verità era ancora sepolta, inaccessibile. Era fatta di paura, quella verità, paura di non poter più essere giudicato “normale”. E se la leggeva negli occhi della madre, cosa avrebbe visto fuori dalla porta di casa? Quella grande verità non poteva, non doveva, essere rivelata, eppure…

Le deboli sinapsi del ragazzo furono colpite da un’altra impercettibile scarica elettrica, e dall’assone passò al dendrite un mio conoscente e dal dendrite si divincolò per tutto il sistema, coinvolgendo vista e udito, tanto che lo sentì ridere, tanto che ora era lì, a fianco a me ed ora, nella stanza, eravamo in quattro.

Fu un lento declino, che portò il ragazzo a rivalutare il vero, il reale. Ed io, che aspiravo ad impadronirmi di quella realtà, fui complice di una rottura. Una ferita che si apriva con l’aprirsi degli occhi la mattina presto. Una ferita che dipinse la vita di colori mai visti prima, di volti concessi solo alla sua percezione, di parole mai dette. Una ferita che si chiudeva la notte tardi, quando solo il mio mondo rimaneva inalterato e dopo che sul suo calava il sipario, il ragazzo si abbandonava ad una nuova vita, laddove, ancora, poteva sentirsi “normale”.

Gemelli (MiniHorror)

“Questa volta – mi sono detto – questa volta gli occhi non li riapro più”. Fu l’ultimo dei miei sbagli, fu la volta, ironia della sorte, in cui vidi di più. Fu una voce a svegliarmi da un mancato eterno sonno. Freddo il muro alle mie spalle, fredda la poltrona in pelle, con la faccia a pochi centimetri da una vecchia stufa elettrica che Dio sa quanta polvere ha visto, tremando, riaprì gli occhi.
          “Seguimi”. La voce era di chi, in realtà, badava a non far rumore, un rauco sussurro al di là del grande portone in lamiera. Arancione. Sedia. Mani. Caldo. Freddo. Bianco. “Sono vivo”, pensai.
          “Alzati”. Mi alzai. Ricordavo bene quella sensazione, le ginocchia bloccate. La stessa di quando mi levarono il gesso dopo un mese, quando lentamente imparai di nuovo a camminare per casa. E come feci allora, lentamente misi una mano su di un libro impolverato per rialzarmi e solo lì realizzai di essermi svegliato sotto terra, nel parcheggio privato sotto casa.
          “Vieni con me”. Zoppicando raggiunsi il portone e lo spalancai e iniziai ad aver paura, nessuno era lì ad aspettarmi. Ora la voce era più lontana, oltre l’ampia curva che porta al meno due: “Ti stanno aspettando”. Dietro di me il portone in lamiera tornò a chiudere l’entrata del garage, producendo un frastuono tale da farmi saltare. E una ad una si accesero le luci e la penultima rimase spenta. “Dai, scendi”. Circondato da una tetra atmosfera, mi resi conto che più la voce scendeva di profondità, più diventava acuta, giovane.
          Giunsi dolorante al meno tre. Ombre più lunghe erano ora proiettate da luci ben più fioche e a intermittenza. Allo scoppiare della penultima seguii la risata di quello che ora era un bambino. Finalmente lo vidi, lo vidi correre da un garage e rintanarsi in quello di fronte. “Vieni a prendermi”.

          Poi, il buio.

          Le tempie facevano eco al ritmo cardiaco, generando forti pulsazioni. Rapidi flash di luce occuparono per un momento il mio campo visivo e nella più tetra confusione mi sentii sollevare e condurre alla porta del penultimo garage.
          Lo sconforto e il terrore alla vista di un’inanime neonato sdraiato a terra in una pozza di sangue, con un cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo e uno ancora saldo all’ombelico. Da dietro uno scatolone comparve poi quello che sembrava essere il gemello, questa volta senza cordone ombelicale, con le mani, docili, impregnate anch’esse di sangue, rideva come ride un killer al primo delitto. “Non mi faceva dormire. E’ così bello quando dorme, lui”.

          Spalancai gli occhi, ancora una volta.

          BIP… BIP… BIP… “Il battito è leggermente accelerato. Pressione stabile. Ben tornato, signor Khajastov!”
          “Dove.. dove mi..”, le labbra erano secche come cortecce. La vista sfocata lasciava intuire un uomo in camice e poco più.
          “Non si preoccupi, ha dormito per otto mesi, faccia lo sforzo di riposarsi ancora un po’”.

          A fianco al dottore, mia moglie libera in un pianto di gioia. E mi addormentai, ancora, sorpreso nel vederla incinta.

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY – Pellicole in rima

In bilico tra realtà e finzione,
immagino ciò che non vivo
e vivo sentendomi fazione
dell’ultima impresa di un divo.

E se ciò non bastasse a narrare
le gesta mie in terre lontane,
sappiate che ho dovuto sfidare
onde e venti e bufere montane.

In bilico tra realtà e finzione,
immagino me quand’ero vivo
e vivo sentendomi fazione
del corpo di cui ora son privo.

E se ciò non bastasse a narrare
le gesta mie tra i boschi fitti,
sappiate che ho dovuto lottare
per la firma di Walter Mitty.

Con Ben Stiller al timone,
salperò trasportato dalle alte onde
e la vita uscirà dal copione
e le emozioni diverranno profonde.

Ebbene sono Life, signore e signori,
so di avere lo ore contate e ho paura,
e se non avevo spazio tra i vostri cuori,
non mi resta che una sola avventura.

VOTO: 7/10

SETTE ANIME – Pellicole in rima

Sette anime spente in un sol secondo.
Dannato sia io che non posso guarire
cieco e sordo, dannato sia il mondo,
per l’ultimo cor son pronto a morire.

E a sette corpi dono l’anima mia,
forte sia chi d’orgoglio fa a meno,
m’offro calda luce d’una buia via,
m’offro biglietto dell’ultimo treno.

A che mi serve un polmone sano,
occhi per veder la mia mala sorte?
Fa che il mio sforzo non sia vano,
ragion di vita fai della mia morte.

Non m’aspetto pianti, son vicino,
fai d’ogni colore un quadro perfetto,
rincorri la gioia lungo il cammino,
quando dimora tua sarà il mio tetto.

Un dramma difficile da digerire,
un Will Smith che stringe manette,
condanna l’odio che ti vuol ferire
e malgrado il titolo, va oltre il sette.

VOTO: 7,5/10

THE MARTIAN (Sopravvissuto) – Pellicole in Rima

Arrivammo a Sol Uno su Marte,
un attimo e fui in buia tempesta,
restai solo a giocar le mie carte
e trasformar la mia morte in festa.

Solitario pirata col cor che fa male,
“Oh compagni, spero voi torniate,
or qui son colonizzatore spaziale,
dell’acqua il Dio con l’orto di patate.”

Cari registi so che può sonar scortese,
ma sudo solitudine nel sognar la meta,
all’appello credo manchi solo Scorsese,
io bestia moribonda su un altro pianeta.

C’è una morale in questo mar sabbioso,
credo riguardi la vita e i suoi problemi,
sfondando i limiti nel mio far furioso,
navigai nello spazio con soli due remi.

Mia previsione è l’Oscar alla sceneggiatura,
miglior non originale, ormai si sa,
sappiam che merita più d’una candidatura,
ma il mondo dell’Academy è lercia figura
e coi premi non si sa mai come va.
Spero sia questo il film più “USA”.

VOTO: 7,5/10

INTERSTELLAR – Pellicole in Rima

Nel guardar l’ultimo sole tra la sabbia,
venne il fantasma che ogni tanto appare,
mio padre non capiva e provai rabbia,
io sola a sperare un ritorno interstellare.

Lui lontano in cielo a levigar gli anelli,
quando dissi al nonno di non voler parlare,
a volar su Saturno al par di pipistrelli,
fin oltre la Lattea dovettero andare.

Raggiunsero due pianeti grazie alle sonde,
nello sfidar il tempo in quell’inferno,
il primo dilaniato da perenni onde,
il secondo nel gelo di un perenne inverno.

Passaron gli anni e iniziai a capire,
mentre era fioca luce fra orizzonti bui,
poi il cader dei libri iniziai a sentire
e capii che il mio fantasma era lui.

Padre perdonami per averti frainteso,
anche per mio fratello te n’eri andato,
e il nonno si spense un poco offeso,
soli con l’orologio che avevi lasciato.

Io interpretata da tre diverse attrici,
nell’epopea di Nolan e suo fratello,
il film colpisce e lascia cicatrici,
è un’offesa dir che è solo bello.

VOTO: 8.5/10